Feb 19

Scritto nel marzo 2005.

In un racconto dal titolo La ricerca di Averroé, Abulgualid Mohammed Ibn-Ahmed Ibn-Mohammed Ibn-Rushd, - Averroé, appunto - viene descritto da Jorge Luis Borges impegnato nella stesura dell’undicesimo capitolo dell’opera Tahafut-ul-Tahafut [Distruzione della distruzione].
Averroè “scriveva con lenta sicurezza, da destra a sinistra: l’esercizio di formare sillogismi e di concatenare vasti paragrafi non gli impediva di sentire con benessere la fresca e spaziosa casa che o circondava. Il meriggio risuonava del roco tubare di amorose colombe; da un patio invisibile si levava il rumore d’una fontana; qualcosa nella carne di Averroé, i cui antenati venivano dai deserti dell’Arabia, era grato al fluire dell’acqua.”
Ho letto questo racconto la prima volta parecchi anni fa. Mi prestò il libro Orietta, fresca fidanzata di Giovanni, amico col quale ho diviso per sei anni una camera in affitto. Conoscendo i miei gusti di allora, Orietta mi raccomandò di leggerlo, ma aggiunse: “Non so se ti piacerà.”

Giovanni e Orietta sono ora sposati da un lustro, e col mio vecchio coinquilino condivido da tempo solo continue promesse di sentirci, vederci e scriverci; tutte, peraltro, quasi mai mantenute. Però sono tuttora grato a Orietta per avermi fatto conoscere Borges.
A distanza di anni non saprei dire quali furono le sensazioni che provai durante la prima lettura. Non escludo un certo stupore per una scrittura per me inconsueta, elaborata e densa pur nella sua essenzialità. Poco ricordavo delle storie. Chi erano i personaggi? E quali le trame?
Questa incapacità di conservare ricordi precisi di un volume che pure ha richiamato così tanta mia attenzione mi è sempre apparsa strana. Sospetta. Più d’una volta mi sono detto che non di vera attenzione si era trattato, bensì del desiderio di eleggere un idolo, una sorta di vitello d’oro letterario. Un autore, insomma, di cui poter conversare senza tema di apparire vano e modaiolo. Gli autori che all’epoca leggevo non mi parevano adatti allo scopo. Non mi sentivo sereno nel dovere citare, alla bisogna, Scheckley o Farmer o Goulart o Shaw, oppure uno dei tanti altri anglofoni tradotti per la collana Urania di Mondadori. Allo stesso modo Eco mi sembrava abusato, Verga datato, Woodehouse troppo inglese, Chiara freddo, Benni… Ecco, Benni sarebbe potuto essere un ottimo vitello d’oro letterario. Ma ero giovane. Avevo letto Il bar sotto il mare e catalogat Benni tra gli autori di narrativa umoristica, la stessa categoria dove avevo relegato da anni Woodehouse. Molti anni dopo, leggendo Elianto, compresi la straordinaria forza dissacratoria di Benni, inventore di un Inferno dove ai dannati sono assegnate splendide e potenti Ferrari imbottigliate in un ingorgo eterno. Ma nel frattempo era arrivato Borges e il suo L’Aleph. Anche se Claudia mi aveva lasciato dopo reciproche e accorate promesse di amore eterno, anche se mi restituì Elianto, che le avevo regalato per il suo compleanno, anche se, semisdraiato sul divano di un villino a due piani a Caorle, ospite di una zia, piansi lacrime calde su quelle pagine sfiorate dalle sue dita, L’Aleph mantenne salda la sua prima posizione. E Borges con lui, anche se di Borges conoscevo, in effetti, solo quella raccolta di racconti, mentre di Benni avevo fagocitato quasi tutta la produzione, compresi gli strani esseri che popolano Stranalandia.

Qualche tempo fa, Fabrizio, architetto, webmster e amico, mi propose di partecipare alle attività dell’Università Popolare del tempo libero di Piazza Armerina. Non era la prima volta. Già un paio di anni fa il mio amico professore mi aveva chiesto di intrattenere gli iscritti discutendo dei servizi pubblici ambientali , cioè del mio lavoro. Cosa che feci, come tutti coloro chiamati a parlare in pubblico delle loro attività professionali, soprattutto se tecniche, con una pedanteria e un tono professorale che, credevo, avrebbero scoraggiato chiunque a chiedermi di parlare di alcunché in pubblico per un buon numero di anni a venire.
“Ancora tutela ambientale?” ho chiesto a Fabrizio. Avevo messa da parte, infatti, una bella presentazione in Power Point inerente le relazioni intercorrenti tra risparmio energetico e tutela dell’ambiente. Preparata per essere illustrata a una classe post diploma, la presentazione non aveva ottenuto, a mio modo di vedere, il successo che meritava, per cui meditavo di propinarla a qualcun altro.
Invece Fabrizio ha ribattuto: “Il libro più amato.”

Non dubito che gli iscritti al presente anno accademico della Università del tempo Libero - quasi tutti insegnanti dalla solida cultura, ma ahimé, anche pensionati e spesso avanti con gli anni - gliene saranno grati.

Il libro più amato.

Ora, sembra facile dire “Il libro più amato”. Molti di coloro che leggeranno queste parole si stupiranno che io non abbia mai deciso, in quasi trentasette anni di vita, quale fosse il libro che ho più amato.
Ho anche meditato di proporre più di un libro. Ma solo immaginare lo sgomento negli occhi dei miei studenti ultrasessantenni - per di più già provati una volta dalla mia logorrea - di fronte a una piccola pila di volumi, mi ha dissuaso dal farlo.
Da qualche parte della mia mente ho ripescato le antiche sensazioni provocate da un volumetto di racconti scritti da un argentino. Così, la prima volta che mi sono trovato a Catania, in una libreria di Viale XX Settembre, ho acquistato L’Aleph e l’ho riletto.
Non so perché: continuo a non riuscire a ricordare le storie. Mi è rimasto fortemente impresso il modo di narrarle, però.
Del racconto La ricerca di Averroè non riuscirò mai a dirvi in cosa consistesse questa ricerca; tuttavia l’immagine dello scienziato che forma sillogismi e concatena vasti paragrafi mi appare sempre accompagnata da una sensazione che non riesco a decifrare. Un uomo, solo davanti a una pergamena, forma e concatena. Sembra un meccanico della parola, un fine orologiaio che lavora a meccanismi precisi e raffinati, preziosi per la loro rarità, eppure tutti accomunati dalla funzione precisa di trasmettere il pensiero di un uomo a un altro essere umano.
E’ chiaro: non si tratta di amore. Credo di no, insomma. Ma qualcosa che ci va molto vicino.
C’è del mistero in questo.

Posted by Mauro Mirci at 11.03.05 19:23 sulla buonanima di Pordenonelegge, blog estinto.

5 commenti sino ad ora

  1. 1 Carla
    18:07 - 22-2-2009

    anche per me è così con l’Aleph,
    ricordo solo ciò che si lega alla potenza dei simboli che per ognuno di noi è differente, perchè va a toccare il nostro inconscio…

  2. 2 mauromirci.com
    19:42 - 22-2-2009

    Il suono delle parole. E’ quello che mi colpisce prima.

  3. 3 Carla
    07:08 - 27-2-2009

    Ciao Mauro, come stai?
    sei sempre rintanato…?
    e scendi un pò in pianura, la morsa del freddo piano piano va scemando…
    :-)

  4. 4 Carla
    08:16 - 13-3-2009

    dai Mauro, fammi sapere come stai…
    qui al lago si comincia a sentire la primavera.

  5. 5 mauromirci.com
    08:55 - 13-3-2009

    Qui al monte si fa sentire l’inverno del nostro scontento.
    L’aria del lago mi pare molto più salubre.

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