Lug 27
Nel 2004 Giulio Mozzi pubblicò, sul suo diario in rete, un testo intitolato “Marocchino“. Era un testo che, in qualche modo, parlava di razzismo e mi ha richiamato alla memoria la frase di una donna di colore che, alla provocazione: “Lei fa razzismo all’incontrario”, rispose che il suo razzismo, casomai, era diritto come quello dell’interlocutore (bianco).
Ma la faccenda dell’incontrario m’è rimasta dentro, così ho pensato di ribaltare la situazione. Ne è venuto fuori “Svizzero”.
Locale 411, scartamento ridotto, tratta Palermo-Termini Imerese. Nello scompartimento scoppia una discussione. Io cerco di starne fuori perché le discussioni mi sfiancano, e poi ho una medicazione tra la quarta e quinta costola, per via del duello rusticano alle concerie di Vizzini. Però dice il medico che si rimargina bene.
Faccio finta di leggere. Ho per le mani un libro con le storie di Giufà, ma mi tirano per i capelli, per così dire, anche se calzo un cappello, e discuto anch’io. Parlo un po’ a fatica, e respiro con difficoltà, perché a ogni inspirazione i punti mi tirano in maniera atroce. E pronuncio ancora peggio di come pronuncio di solito, al punto che tutte le palatali sembrano dentali e le esse sibilano bellicose.
A un certo punto la signora con l’accento palermitano e gli orecchini a forma di Stidda cerca di liquidare la faccenda dicendomi: “Basta! Basta! Non ti sto neanche più a sentire! Voi svizzeri dite sempre le stesse cose!”.
C’è un momento di perplessità, di tutti (tranne che della signora).
Dico: “Signora, dice a me?”. Leggi il resto di questo articolo »
Lug 27
Questa lettura è già apparsa su paroledisicilia.it lo scorso 13 giugno. La riporto anche qui, pensando che a qualcuno possa interessare. Riporto in coda anche i tre commenti ottenuti fino a oggi.
Esiste molta fiction che si propone di interpretare e mostrare la realtà del dopoguerra, con una particolare attenzione agli Anni di Piombo, andando al di là delle versioni ufficiali e delle verità di facciata. Sono storie che si ispirano, spesso, all’ipotesi di un Grande Complotto, mentre i personaggi ribaltano di solito l’ideale dell’eroe positivo, consegnando al lettore l’immagine di protagonisti “brutti e cattivi”, ma, a modo loro, anch’essi paladini di una qualche giustizia e di una qualche umanità. I primi esempi italiani che mi vengono in mente sono i thriller di Genna, o anche Romanzo criminale, di Di Cataldo, ma non sono certo i soli; mentre l’esempio straniero che mi pare più calzante, e American Tabloid di Ellroy.
A questo genere di fiction può essere ascritto “Quello che veramente ami”, di Riccardo Arena. E, per la precisione, mi piacerebbe inventare, a bella posta, la definizione “romanzo di anti-controinformazione”, dato che in questo libro tutti i credo politici, che pure stanno al centro della narrazione, vengono dichiarati e contraddetti sino alla fine, quando a risolvere la trama provvede la fuga, o meglio il ritorno al punto di partenza, con un viaggio che è anche un salto indietro nel tempo. Leggi il resto di questo articolo »
Lug 26
A chi servi scrìviri
quannu tu pò ascutari
lu sonu di l’acqua
mentri lu ciumi
scurri lentu
e cunta fàvuli antichi
di quannu vitti,
ancora accuttufatu
nta li carammi funni di la terra,
a Dèmetra
matri dispirata
chi ja circannu,
scippannusi i capiddi,
a so figghiuzza Cori?
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